L’America al secondo mandato
Uguaglianza, diritti gay e libertà. Obama riparte dai (suoi) valori nazionali
Con il ritornello “we the people” Barack Obama è tornato dalle parti dei padri fondatori, è andato all’eccezionalità di una nazione che “non è tenuta insieme dal colore della pelle, dalle dottrine delle fedi o dalle origini dei nomi, ma dal legame con un’idea articolata in una dichiarazione di oltre due secoli fa: ‘Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca delle felicità’”.
12 AGO 20

Washington. Con il ritornello “we the people” Barack Obama è tornato dalle parti dei padri fondatori, è andato all’eccezionalità di una nazione che “non è tenuta insieme dal colore della pelle, dalle dottrine delle fedi o dalle origini dei nomi, ma dal legame con un’idea articolata in una dichiarazione di oltre due secoli fa: ‘Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca delle felicità’”. Dopo aver ripetuto a beneficio dello show il giuramento pronunciato domenica in forma privata, Obama ha fatto un’orazione di alto profilo che contiene tanto l’immutabile carica ideale americana quanto le difficoltà di calarla nelle circostanze reali. Ha lasciato le questioni politiche per il discorso sullo stato dell’Unione, ma sono comparse alcune immagini delle issue che occupano il presidente: la ripresa economica, la legge sulle armi, la necessità di trovare un compromesso con i repubblicani al Congresso, il ruolo dell’America nel mondo. Ed Schultz, commentatore della liberal Msnbc, ha detto che “è stato uno dei discorsi più progressisti che il presidente abbia mai fatto”, e nella sintesi c’è lo scenario che i liberal si augurano per i prossimi quattro anni: un presidente libero dal fardello della rielezione che può finalmente plasmare l’America progressista, dalle tasse ai sussidi fino ai matrimoni gay. Le differenze quantitative rispetto all’inaugurazione di quattro anni fa si vedevano a occhio nudo: alcuni checkpoint della sicurezza erano presidiati soltanto da volontari assonnati arrivati sul posto quando faceva ancora buio per evitare i cortocircuiti organizzativi di quattro anni fa. Allora però i visitatori erano il triplo. La capitale era blindata, ma il flusso umano si muoveva con la lentezza e l’ordine che si addice all’insediamento di un presidente che ha perso lungo la strada buona parte del suo capitale emotivo.
Il secondo atto di Obama è iniziato con un rituale celebrato nel giorno di Martin Luther King, protocollo costituzionale caricato fino all’eccesso di elementi simbolici – le bibbie di King e Abramo Lincoln, il presidente che ha consegnato alla storia le memorabili 701 parole della sua seconda inaugurazione – ma i circa 700 mila sostenitori portavano un messaggio più realista: si poteva fare di più, ma non c’è male. La richiesta di chi è accorso a Washington non è di riesumare il sogno di una stagione irripetibile, ma di accelerare la corsa sulla strada accidentata del cambiamento promesso e mantenuto a intermittenza. E’ stata una cerimonia di insediamento inevitabilmente “toned down”, come ha detto il capo del comitato dell’inaugurazione, Steve Kerrigan, evento lontano dal baccanale popolare e politico del 2009. I più rumorosi fra i gruppi sparsi per la città chiedevano la riforma dell’immigrazione, non un vago “change” da realizzare a suon di profezie. Paul Krugman ha ripreso l’espressione colorita che il vicepresidente Joe Biden ha detto a Obama dopo il passaggio della riforma sanitaria: “Big fucking deal”. In fondo il primo mandato, scrive l’economista, è stato un “big fucking deal”, perché sulla politica sanitaria, sulla lotta alla diseguaglianza economica e sulla regolamentazione di Wall Street il presidente qualcosa ha fatto.
Dal cocktail al brunch
Anche il corollario mondano dell’inaugurazione s’è adeguato alla diminutio. Dai festosi cocktail del 2009 si è passati a più moderati brunch, possibilmente bipartisan, come quello organizzato domenica da Tina Brown e dall’onnipresente Eva Longoria al Cafe Milano. E’ lì che John Kerry, segretario di stato in attesa di conferma, ha preso scherzosamente (ma non troppo) per il bavero Bob Woodward, che gli ha detto di avere dei documenti riservati sulle sue relazioni con il Pakistan. Il sondaggista repubblicano Frank Luntz ha parlato a lungo con David Axelrod, poi è andato mestamente a cena con Paul Ryan, Eric Cantor e altri deputati repubblicani per discutere della strategia per limitare gli avversari. Quattro anni fa avevano organizzato la stessa cena nello stesso ristorante, senza grossi risultati. Se Jay-Z e Beyoncé si sono puntualmente presentati dalle parti del Campidoglio per la cerimonia, la grande assente della scena washingtoniana è stata Oprah Winfrey, che non ha fatto campagna elettorale, non ha raccolto fondi e non si è presentata nemmeno al ballo di ieri sera. Il suo agente dice che è all’estero per un’intervista importante, ma forse c’è che non per tutto il popolo obamiano questo secondo mandato è un “big fucking deal”.
Dal cocktail al brunch
Anche il corollario mondano dell’inaugurazione s’è adeguato alla diminutio. Dai festosi cocktail del 2009 si è passati a più moderati brunch, possibilmente bipartisan, come quello organizzato domenica da Tina Brown e dall’onnipresente Eva Longoria al Cafe Milano. E’ lì che John Kerry, segretario di stato in attesa di conferma, ha preso scherzosamente (ma non troppo) per il bavero Bob Woodward, che gli ha detto di avere dei documenti riservati sulle sue relazioni con il Pakistan. Il sondaggista repubblicano Frank Luntz ha parlato a lungo con David Axelrod, poi è andato mestamente a cena con Paul Ryan, Eric Cantor e altri deputati repubblicani per discutere della strategia per limitare gli avversari. Quattro anni fa avevano organizzato la stessa cena nello stesso ristorante, senza grossi risultati. Se Jay-Z e Beyoncé si sono puntualmente presentati dalle parti del Campidoglio per la cerimonia, la grande assente della scena washingtoniana è stata Oprah Winfrey, che non ha fatto campagna elettorale, non ha raccolto fondi e non si è presentata nemmeno al ballo di ieri sera. Il suo agente dice che è all’estero per un’intervista importante, ma forse c’è che non per tutto il popolo obamiano questo secondo mandato è un “big fucking deal”.